In questi concitatissimi giorni dove si è gridato prima all’impeachment salvo poi ritrovarsi di fatto con un governo, insieme ai soliti vecchi tormentoni di questo inizio estate italiaaana non poteva che riaffacciarsi lui: lo Spread. A differenza di quanto molti credono, esso non fu inventato ad hoc durante la crisi dei debiti sovrani ma è un indicatore sintetico del rischio paese che, fino al 2011, era noto solo agli addetti ai lavori. Sentirne parlare mette i brividi poiché fa ripensare al periodo economico più buio della nostra penisola dal Secondo Dopoguerra. Ma di chi è la colpa? Siamo veramente ricattati dall’Europa? In un certo senso, forse sì, ma non nel modo che sostengono molti. Senza richiamare per l’ennesima volta la definizione di Spread, esso rimane un fatto puramente finanziario, o meglio ancora, economico, che risponde alle leggi della domanda e dell’offerta. Dal primo lato, anzi, la BCE si sta dimostrando dal 2015 un valido alleato grazie al QE che porta liquidità fresca e a basso costo nelle casse italiane grazie al collocamento del proprio debito. Guardando al lato monetario dell’unione, c’è quindi poco da rimproverare, se non un piccolo ritardo di attuazione rispetto a USA, UK e Giappone. Passando al lato politico, invocazioni alla Costituzione e alla democrazia ce ne sono state a iosa. Il mercato è allora il più democratico di tutti: fornisce feedback immediati e quasi in tempo reale a chi vi partecipa. Contrariamente a quanto avviene in una comunità, esso cerca di equilibrare un unico interesse: il profitto. Sarà poi tanto più democratico (ovvero trasparente e reattivo) quanto più i suoi attori saranno leali e non produrranno distorsioni. Ecco, in merito a questo ultimo punto, se l’Italia è il nostro grande Bel Paese,  per gli investitori esteri rappresenta un unico gigantesco mercato dove non hanno intenzione di mettere piede finché il senso di precarietà politica prevarrà. Per proseguire l’analogia, una cosa che i partecipanti odiano ancor più è l’aleatorietà che ovviamente si traduce in maggiori rischi da remunerare. Più che un giudizio politico, il calo della domanda di titoli del debito pubblico, ha rappresentato le perplessità riguardo le sorti del nostro paese: con quali regole giocheranno d’ora in poi gli italiani? Finché non si fa chiarezza su questo punto è difficile infondere fiducia negli investitori convincendoli a comprare il nostro debito a tassi più umani. Non è allora l’euroscetticismo in sé che allontana gli investitori quanto piuttosto una sua copia sbiadita, poco delineata e poco credibile. In realtà il quadro è anche a tinte fosche, (e i prezzi di questi giorni che incorporano le aspettative lo confermano) poiché nessuno crede che l’Italia abbia la capacità economico-istituzionale per compiere un salto nel buio di questa portata. Un’idea di sviluppo completamente antitetica rispetto ai valori con i quali l’UE cerca di permeare gli stati membri è il vessillo del nascente governo. Il futuro non sarà privo di scontri nei quali verrà testata l’abilità politica della classe dirigente più popolare dell’Italia repubblicana, proprio su quel terreno che richiede spessore e credibilità, e da cui difficilmente usciremo vittoriosi. I mercati valutano questa probabilità, quella di perdere e non soccombere, allinearsi senza mai ritirarsi: se questa si riduce drasticamente, non si può pretendere che il vento cambi a nostro favore.