Ammonta a più di 2.500 miliardi di dollari statunitensi l’attuale debito pubblico italiano, difficile essere precisi, visto che il tempo di leggere questa frase e sarà aumentato di più di 15.000 dollari.
Il tema del debito pubblico resta caldo per l’Italia che, in termini assoluti, ha un debito inferiore solo a Stati Uniti (circa 20.000 miliardi di dollari) e Giappone (sopra i 10.000 miliardi di dollari).
Considerando il rapporto debito/Pil (per l’Italia superiore al 130%), siamo secondi solo al Giappone.
Il lettore più esperto mi perdonerà se scrivo qualche banalità su perché uno Stato contrae debito e come avviene ciò, ma essendo un argomento che spesso anima dibattiti infuocati nei bar, si rischia di avere le idee un po’ confuse.
La prima cosa da sapere è che uno Stato in deficit, per dirlo in soldoni, uno Stato con più spese che entrate, ha tre modi per finanziarsi: tasse, stampare moneta o attraverso il debito pubblico.
Sono note le negative conseguenze legate ad un’eccessiva immissione di moneta e, quanto le tasse infastidiscano l’opinione pubblica e strozzino la crescita economica.
Dunque, spesso, l’unica soluzione per uno Stato è contrarre debito.
Ciò avviene attraverso l’emissione di titoli di debito, con varie caratteristiche e tempi di scadenza (in Italia tra i più comuni BOT, CCT, BTP) che, vengono collocati sul mercato e sono acquistabili da chiunque (generalmente investitori privati, banche commerciali, fondi pensione, ecc…).
Nello specifico, i titoli di Stato, sono obbligazioni emesse periodicamente, chi acquista ha un diritto di credito verso lo Stato che gli può venire corrisposto sia attraverso il pagamento di cedole (fisse o variabili) sia attraverso lo scarto di emissione (differenza tra il valore nominale e il prezzo di emissione). Alla scadenza dell’obbligazione lo Stato rimborsa il capitale iniziale.
Un Paese con un debito troppo alto va incontro al rischio di default (si pensi alla Grecia o all’Argentina), cioè lo Stato che ha collocato sul mercato titoli di debito, ammette che non adempirà ai suoi impegni lasciando i creditori a mani vuote.
Tutto ciò, come è immaginabile, ha conseguenze molto negative per l’economia e la credibilità dello Stato.
C’è da dire però che un elevato debito pubblico non implica necessariamente un’imminente crisi finanziaria o un forzato regime dell’Austerity, si guardi al caso giapponese che, con un debito pubblico che punta minacciosamente al 250% del PIL, rimane una delle più forti economie del mondo e, non contento, il premier Shinzo Abe continua ad aumentare la spesa pubblica, addirittura finanziando il debito pubblico americano.
Certo ogni caso è a sé, il Giappone ha almeno due armi che gli permettono una simile condotta: la possibilità di stampare moneta attraverso la Bank of Japan e il fatto che la quasi totalità del debito sia detenuta da investitori interni, cosa che protegge il Paese da speculazioni di investitori esteri.
Nel 2014, in un’intervista con Repubblica, venne chiesto al premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, come potesse l’Italia sperare di ridurre il debito pubblico se non attraverso ulteriore austerità, la risposta fu:
«L’Europa deve capire che deve dare spazio all’Italia perché possa crescere, solo così potrà iniziare a ridurre il debito. Bisogna agire sul denominatore, cioè sulle dimensioni dell’economia che deve sostenere questo debito. Non attraverso l’austerità di bilancio. L’esempio greco dovrebbe aver insegnato qualcosa: si è cercato di ridurre il debito tramite il rigore di bilancio, ma l’economia è crollata del 25% e ora il debito rispetto al Pil è più alto di prima. È stato letale e fatico a credere che nessuno ne abbia tratto una lezione».
Stiglitz ha più volte parlato dell’Euro come una “gabbia di ferro” che ha tolto agli stati membri dell’UE la possibilità di stampare moneta, con un’Europa che non fa progressi verso l’unione come Stato nel vero senso della parola, con una direzione e degli obiettivi comuni.
Altro nemico schierato dell’Austerity (e altro premio Nobel), Paul Krugman, ha criticato aspramente il comportamento politico che va per la maggiore negli Stati occidentali, troppo concentrato sul contenimento nella spesa e poco sulla crescita economica.
Krugman, in un’intervista con il New York Times, ha parlato di assurdo moralismo contro la cancellazione del debito, cosa che impone austerità e paura dell’inflazione quando, a suo avviso, è la deflazione che ha aggravato il peso del debito.
Nell’intervista, Krugman ha ricordato la Gran Bretagna alla fine della Prima Guerra Mondiale, che cercò di pagare il suo debito con enormi surplus di bilancio e, dopo anni di sacrifici non ottenne quasi alcun risultato.
Questo articolo non ha la pretesa di convincere il lettore che l’austerità sia il male e l’unica strada sensata sia l’aumento della spesa pubblica, la speranza, piuttosto, è di essere riuscito a far capire che debito pubblico, rapporto debito/PIL, deficit, vanno presi per quello che sono, ossia dati sintetici da contestualizzare alla situazione del Paese a cui si riferiscono e che da soli non permettono di farsi un’idea oggettiva della salute di uno Stato.