Tempo di campagna elettorale. Tempo  di nuove promesse, ritrovate amicizie, supercalifragilistichspiralidose alleanze che si profilano all’orizzonte. Di candidati ormai nemmeno a discuterne: l’elettore italiano al listone ci ha fatto il callo. Di idee però ce n’è qualcuna carina e progressista (e ovviamente non parlo di flat tax). L’ex presidente del Senato della Repubblica Italiana Pietro Grasso è sceso in campo con la lista Liberi e Uguali promettendo università pubbliche gratuite. A parere di chi scrive, la sua è una mossa coraggiosa, non propriamente quello che viene definito una cavallo di battaglia da campagna elettorale. I temi acchiappa voti, si sa, sono ben altri. Una delle prime critiche ha riguardato l’essenza della proposta: è veramente di sinistra? Dati Ocse alla mano l’Italia è il terzo paese in Europa (dopo Regno Unito e Paesi Bassi) a pagare la retta più alta (circa millecinquecento euro annui contro i novemila dell’UK), mentre in Germania e nei paesi scandinavi le università sono addirittura gratuite. Il vero problema in Italia è la ridotta progressività: oltre una certa soglia di reddito il contributo da versare rimane immutato. A molti (anche non eccessivamente) “ricchi” conviene  non produrre la dichiarazione ISEE, evitando così seccature burocratiche e ancor più sgraditi controlli. Ciò rende l’accesso all’università iniquo (lungi dall’essere impossibile) per la stragrande maggioranza di studenti che si ritrova fiscalmente schiacciato tra l’upper class e la soglia di povertà stabilita dagli atenei entro la quale si può beneficiare di agevolazioni. Così l’articolo 3 della nostra Costituzione può anche andare a farsi benedire. Fino a qui tutto è opinabile. Lo diventa un po’ meno se si ragiona sul ruolo di uno stato la cui prerogativa è permeare la società di valori, non controllarla; veicolare virtù in modo da formare cittadini che siano i primi responsabili di una crescita sostenibile della comunità della quale fanno parte. Perché per una volta non guardiamo ai modelli giusti? Perché non guardiamo a chi persegue effettivamente delle politiche sostenibili e europeiste di lungo periodo? Abolire le tasse universitarie non è fine a sé stesso. Non è per i ricchi, non è per i poveri. Significa investire nella cultura e nella formazione, dando finalmente a questa voce maggior rilievo nel bilancio statale. La mancanza di pragmatismo, ovvero un eccessivo idealismo, è l’accusa più frequentemente fatta alle fazioni liberal/progressiste. Tuttavia, chiunque abbia un briciolo di buon senso e conoscenza del mondo, sa che oggi con la cultura ci si mangia fino ad abbuffarsi. Chiunque abbia poi anche solo qualche nozioncina di storia economica è intellettualmente obbligato ad affermare che fu l’accumulazione di capitale umano abbinato ad un assetto istituzionale adeguato a traghettare l’Europa Occidentale attraverso le rivoluzioni industriali. Stato e cultura si devono nuovamente trovare a braccetto, promotori del progresso. In chiave strettamente economica, un settore scientifico all’avanguardia è in grado di monetizzare grazie alla produzione di brevetti. Il rapporto dei brevetti detenuti dalle aziende italiane rispetto a quelle tedesche è di uno a tre. Serie politiche del lavoro e fiscali fanno da contorno ma non sono il motore. Il motore del nostro paese siamo noi, le nostre teste. Le stesse teste “ben fatte” che volano all’estero perché finalmente valorizzate e non rimproverate di “saper solo studiare”. Questo è l’esatto opposto del concetto di accumulazione di capitale umano. E se c’è ancora qualcuno che crede che la flat tax  sia la risposta a qualcosa è perché sembra più appetibile risparmiare l’anno prossimo piuttosto che lasciare in eredità ai propri figli un paese con una vera coscienza politica e delle concrete prospettive di crescita. Che poi, loro, quelli “dell’uovo oggi”, sono gli stessi che vanno a votare.