Quanti dei vostri compleanni sono stati rovinati perché desideravate ardentemente un gruppo societario e invece ricevevate un libro? Quanti natali avete chiesto di disporre del potere finanziario necessario per influenzare significativamente l’Economia e sedere affianco di capi di Stato e sceicchi e invece avete ricevuto un maglione?

Basta delusioni.

Allora cosa fare? Una possibile soluzione arriva dal magico mondo della Corporate Finance, sotto il nome di scatole cinesi, titolo che dovrebbe evocare l’immagine di una scatola piccola dentro una poco più grande che a sua volta si trova in una più grande e così via (analogamente alla matrioska).

Il meccanismo delle scatole cinesi è piuttosto semplice e il seguente esempio, per quanto banale, chiarisce il suo funzionamento:

Tizio decide di comprare il 51% della Società Uno S.p.A., tale quota gli assicura ovviamente il controllo decisionale dell’azienda che userà per imporre l’acquisto del 51% della Due S.p.A.

ATTENZIONE! La Uno S.p.A. detiene il 51% della Due S.p.A. non Tizio, che ha il 51% della Uno S.p.A. ma solo il 26,01% della Due S.p.A. (0,51 x 0,51). Però, pur avendo solo il 26,01% della Due S.p.A., Tizio controlla la Uno S.p.A., maggior azionista della Due S.p.A.

Cosa farà Tizio con tale potere? Ovviamente ordinerà l’acquisto del 51% della Società Tre S.p.A.

A questo punto il meccanismo dovrebbe essere chiaro e, senza farla troppo lunga (ma potendo inserire all’ interno del ragionamento un numero teoricamente infinito di aziende), Tizio ordinerà l’acquisto della Società Fine S.p.A.

Tutto ciò comporta due aspetti molto interessanti (ma anche preoccupanti):

  • pur possedendo solo il 6,7% della Fine S.p.A. (0,51 x 0,51 x 0,51 x 0,51), Tizio nei fatti la controlla e, la sua volontà sovrasta quella dei restanti azionisti;
  • Tizio paga, di sua tasca, percentuali via via minori di ogni successiva società ma non riduce il suo potere decisionale.

Questo meccanismo innesca un enorme conflitto d’interessi tra gli azionisti diretti, che mirano a massimizzare gli utili ma anche a salvaguardare la sopravvivenza della società, e chi controlla il pacchetto societario, che può avere obiettivi che premiano il gruppo nell’ insieme ma penalizzano la singola azienda o in ogni caso trova più profittevole e facile spremere la società distribuendo alti dividendi nell’ immediato per poi vederla morire nel medio termine.

Ciò nonostante, di per sé le scatole cinesi in Italia non sono illegali (né abbastanza tassate le Holding, in modo da disincentivare l’uso del meccanismo, come succede negli Stati Uniti), anche se non sono mancati casi che avrebbero dovuto suggerire attenzione alla faccenda.

La scatola cinese nostrana per eccellenza è il caso Telecom.

In questo caso Tizio è Marco Tronchetti Provera, che tramite la GPI (società blindata, cioè non quotata), possedeva il 52% della Camfin che a sua volta controllava il 25,5% delle azioni Pirelli e così via, in una complicata rete di relazioni fino ad arrivare all’ Olimpia S.p.A., sempre sotto il controllo decisionale di Tronchetti Provera, che nel 2001 acquistò la Telecom (le azioni effettive della Telecom detenute dalla GPI erano il 2%).

Tutto ciò portò a una serie di decisioni a dir poco discutibili dal punto di vista sociale (non da quello di Tronchetti Provera, che investì nel gruppo 138 milioni e ne guadagnò 295 tra buste paga e super-opzioni). Nel 2005, con un debito già di 29 miliardi, Telecom acquistò Tim, arrivando a un debito di 44 miliardi di euro e, per far fronte alla spesa, si passò dai 100.600 dipendenti del 2002 agli 85.000 del 2005. Nel 2006, nonostante l’ingente debito, vennero aumentati i dividenti, Tronchetti Provera si dimise e scoppio lo scandalo delle intercettazioni.

Concludendo, la questione è delicata e suggerisce dunque, da una parte maggiore controllo nei confronti di coloro che si avvalgano di meccanismi del genere (spesso chiamati “capitalisti senza capitali”) e, dall’ altro, ricerca di responsabilità verso le autorità che avrebbero il compito d’impedire tali fallimenti (Consob in primis).