La politica fiscale è uno strumento potente per i Governi che intendono affrontare l’aumento delle disuguaglianze di reddito e di ricchezza con l’obiettivo di colmarne il divario. Tuttavia a partire dai primi anni ’90, i sistemi fiscali hanno segnato un evidente distacco dal concetto pratico alla base della tassazione cioè la sua sincronia con il principio di progressività.

L’ultima riforma in questo senso arriva dalla Francia di Macron. Con la finanziaria per il 2018, infatti il leader di “En Marche!” ha cancellato una parte dell’“Isf, Impôt sur la fortune”, la patrimoniale che caratterizzava l’impianto fiscale francese dai tempi di Mitterand. D’ora in poi verranno tassati soltanto i patrimoni immobiliare dei francesi più facoltosi, ma non i guadagni sugli investimenti né tutti quelle manifestazioni di ricchezza come ad esempio gioielli e auto di lusso. Sul piano del gettito le stime prevedono come effetto della riforma una riduzione delle entrate dagli attuali 4 miliardi a 850 mila euro. La ratio della riforma, ha spiegato lo stesso Macron, sta nell’obiettivo di rilanciare gli investimenti e di far rientrare tutti quei capitali che hanno deciso di espatriare dalla Francia, non ultimo il tentativo di rilanciare l’occupazione. Insomma una riforma giustificata non tanto sulla base di riflessioni di tipo ideologiche, ma improntata all’efficacia economica sperando che, per dirla in breve, una riduzione delle tasse possa favorire la crescita economica e l’occupazione oltre che una riduzione dell’evasione fiscale.

Per quanto concerne quest’ultimo punto va ricordato che, sin dai primi modelli teorici, l’analisi economica ha da sempre individuato nell’eccessiva tassazione uno dei moventi principali per evadere, quindi sicuramente un alleggerimento del peso fiscale è necessario in un periodo di stagnazione o bassa crescita.

Tuttavia, e questo è il punto chiave della riflessione, il ruolo dello Stato in una economia non è solo quello di favorire la crescita, ma anche e soprattutto di preoccuparsi di come questa venga distribuita.

Senza tirare in ballo i dettami costituzionali che sanciscono il criterio della progressività fiscale in Italia, le preoccupazioni in merito a scelte del genere sono tutte di natura economica: che la globalizzazione abbia ridotto le disuguaglianze a livello mondiale è un dato di fatto come lo è che lo stesso fenomeno le abbia accentuate all’interno di una stessa economia. L’ineguaglianza, infatti, in molti Paesi è drasticamente aumentata, in particolare nelle economie avanzate, paradossalmente le più ricche e le più progredite in termini di cultura e di valore attribuito a concetti quali redistribuzione delle risorse, tramite la leva fiscale, profilo sociale d’una comunità e di un sistema di welfare. Oltre alla disparità di reddito, va posta l’attenzione anche sulla disuguaglianza di ricchezza, ovvero su ciò che famiglie e individui hanno accumulato e non soltanto su ciò che guadagnano, il reddito o le eccedenze da rendite comunque imponibili. Sull’accumulo della ricchezza entrano in gioco fattori strettamente correlati i quali riflettono le differenze di risparmio, eredità e lasciti. Su questo punto è evidente la ritirata del fisco in materia di eredità e di passaggi patrimoniali. Il venir meno nel corso dell’ultimo decennio dell’imposta di successione in molti Paesi o, in alcuni casi, il suo ridursi al minimo, ha favorito largamente il concentrarsi della ricchezza e la creazione di veri e propri “imbuti” sociali con conseguente chiusura della scala sociale: i ricchi e i poveri, mentre la classe media, da sempre trampolino di riforme e innovazione, è ridotta ad uno stato residuale. Se questo è il quadro, non deve quindi sorprendere il fatto che la ricchezza risulti sempre più distribuita in modo ineguale rispetto al reddito creando talvolta categorie come gli occupati poveri.

L’alternativa sarebbe quella di immaginare uno Stato sicuramente meno invasivo ma che non rinunci alle sue prerogative. Ripensare i sistemi fiscali ribadendo il criterio di progressività, sotto questo profilo, è il punto di partenza. Ovviamente si tratta di una precisa scelta politica ed è quindi alla politica che va demandato il compito di entrare nel merito delle questioni senza accontentarsi di scelte strumentali e proficue nel breve periodo ma alla lunga potenzialmente dannose.