Certe preoccupazioni non sono fatte per stare nella mente di un bambino.
Un bambino si sente speciale, qualcosa gli suggerisce che il futuro gli riserverà una vita piena e felice, Dio lo ha selezionato, ha qualcosa in mente per lui.
Poveri, infelici e chiunque non faccia un lavoro dignitoso hanno sbagliato qualcosa, se la sono cercata.
Poi però il bambino cresce, si paragona agli altri, scopre i propri limiti e scopre che la vita non è necessariamente giusta.
Nella mente dei ragazzi inizia a delinearsi la paura legata all’eventualità di fare una vita di mediocre, il salto di classe sociale non sembra più così certo.
Questa paura ci spinge ad una gara continua, i posti in vetta sono pochi, non ci si può preoccupare di chi resta indietro.
A volte però, tra chi ce la fa e raggiunge il top, inizia a farsi largo una nuova sensazione spiacevole, non arriva quel senso di appagamento che ci si aspettava, la vita continua a sembrare vuota e si sente di dover necessariamente far parte di qualcosa di più grande che prescinde dai propri interessi personali.
È su questo sentimento che poggia l’idea di business sociale proposta da Muhammad Yunus, vincitore del premio Nobel per la Pace grazie alla rivoluzionaria Grameen Bank.
Secondo Yunus il capitalismo è un sistema incompleto, il solo orientamento al profitto non basta per la complessità umana.
Suggerisce la creazione di imprese con finalità sociali, gli imprenditori che darebbero vita a questo tipo di impresa non seguirebbero egoistiche mire di profitto personale, ma ben precisi obiettivi sociali.
Non esisterebbero dividendi per gli azionisti ma ogni azienda sociale verrebbe giudicata in base alla propria capacità di risolvere il problema scelto.
Yunus parla addirittura di una Borsa totalmente autonoma dedicata esclusivamente a trattare titoli del settore del business sociale.
Forse sul viso vi sta spuntando un sorriso beffardo, ma tenendo a mente quanto fatto da Muhammad Yunus per i poveri del Bangladesh, quello che detto da un altro sembrerebbe quasi fastidiosamente utopico e ingenuo, detto da lui sembra semplicemente una questione di volontà.
Per questo vale la pena ricordare qualche step fondamentale della nascita della Grameen Bank e del microcredito.
Nel 1976, Yunus allora direttore dell’Economic Department all’università di Chittagong, a seguito di un programma per aumentare la produttività agricola nelle campagne di Jobra, venne a contatto con la fascia più povera del villaggio, con famiglie che vivevano con meno di un dollaro al giorno.
Si rese conto che queste persone passavano la giornata a lavorare, ad esempio fabbricando sgabelli di bambù, ma che quasi l’intero profitto finiva nelle mani degli strozzini ai quali si erano rivolti per acquistare il bambù.
Yunus fece un elenco delle vittime degli strozzini nel villaggio, risultarono essere 42 per un prestito totale di 856 taka (meno di 27 dollari).
Yunus pagò i loro debiti e iniziò a chiedere prestiti alle banche (che si rifiutavano di prestare soldi a soggetti privi di garanzie) e a fare prestiti ai poveri che non erano più costretti a rivolgersi ai strozzini.
Nel 1983 nacque la Grameen Bank “la banca dei poveri”, che concedendo prestiti di poche centinaia di dollari a cliente (per il 97% donne) li incentivò ad avviare piccole attività imprenditoriali per sfuggire alla povertà.
Nel corso degli anni la Grameen Bank ha superato le 2000 filiali, concesso prestiti per più di 5 miliardi di dollari e con un tasso di restituzione vicino al 98%.
Oltre ai servizi finanziari per i poveri, la Grameen si è occupata di ogni sorta di problematica legata alla povertà, dalla Grameen Telecom per servizi di telecomunicazione per i poveri, alla Grameen Danone per prodotti alimentari di alta qualità per i poveri.
Sono l’impegno di Yunus e i risultati concreti ottenuti con il gruppo Grameen a farci credere a frasi come “è possibile eliminare dal mondo la povertà proprio perché è una condizione innaturale che agli esseri umani può solo essere imposta con la forza. Dedichiamoci dunque a porre fine alla povertà al più presto possibile e a relegarla, una volta per tutte, nei musei’’.