Nella misura in cui sono i fattori materiali ad influenzare la vita della gente, il modo di pensare e quindi il modo di votare, l’analisi di un risultato elettorale non può che partire da un’analisi del contesto economico in cui esso si manifesta. Le elezioni politiche dello scorso 4 marzo hanno segnato la vittoria schiacciante della Lega e del Movimento 5 Stelle e una débâcle di tutta la sinistra, sia quella di stampo cattolico-popolare sia quella di ispirazione socialdemocratica. Fermarsi, tuttavia, alle percentuali, ragionare in termini di rappresentanza parlamentare talvolta non coglie il senso profondo che ha spinto milioni di elettori in un verso piuttosto che in un altro. È necessaria, dunque, un’analisi diversa che possa tentare di dare risposte a domande complesse in un tempo altrettanto complesso. La premessa metodologica quindi deve essere quella di una rilettura non solo degli ultimi anni post crisi, ma di una fase storica che parte quantomeno dalla fine degli anni 80 e coincide con il processo di globalizzazione. Un’era segnata non solo dall’allargamento dei mercati e da una forte innovazione tecnologica, ma che ha visto sul piano politico la scomparsa delle frontiere entro cui i poteri pubblici tradizionali erano riusciti a garantire stabilità economica e protezione sociale. La globalizzazione ha prodotto un assetto istituzionale che ha privato la politica di quegli strumenti necessari a fronteggiare le sfide nuove che gli si presentavano e ha comportato sul piano sociale una netta separazione tra vincitori e vinti. I primi sono stati una sempre più ristretta fetta di super ricchi e i cittadini dei Paesi a più alta crescita che sono diventati la nuova classe media, mentre a perdere è stato il ceto medio occidentale e i poverissimi dei Paesi sottosviluppati. E sono i perdenti della globalizzazione che ora si stanno ribellando. È questo che spiega le ondate migratorie, è questo ciò che è avvenuto con la Brexit, con la crescita della Le Pen in Francia e con la vittoria di Trump grazie ai voti delle tute blu del Michigan. La globalizzazione e il neoliberismo hanno creato un ceto medio impoverito e impaurito, che cerca protezione. Protezione che i partiti tradizionali, in particolare la sinistra e il centrosinistra, non hanno saputo e in molti casi neppure voluto assicurargli. Ci sono stati anni in cui con fierezza una mole di italiani andava a votare per il partito del cuore, erano i tempi dei comizi davanti a piazze gremite di gente. L’avvento della tv come piazza principale della politica e poi la fine della prima Repubblica nei miasmi di Tangentopoli hanno smorzato quella fiamma di militanza. Tutti i partiti hanno cominciato a dirsi liberali, quando il crollo delle ideologie ha ripulito l’aria da tante fumosità. Ma alle utopie ha fatto seguito il silenzio dei valori ed è in quegli anni che nasce il germe di una malattia che ora si sta solo manifestando. A differenza di allora, in cui era forte l’ubriacatura politica di massa, oggi la classe dominante, quella dei perdenti della globalizzazione, non ha un partito del cuore, è elettoralmente volatile. Quelle classi hanno saputo offrire un nuovo volto di sé stesse, ma un volto privo di valori. Trovo sbagliato considerare i partiti usciti vittoriosi da queste elezioni dei partiti di massa. Oggi viviamo un tempo in cui il progresso è l’individuazione di un nuovo nemico: l’immigrato, i robot e tutto ciò che può destabilizzare la vita quotidiana di un comune cittadino. Il nostro tempo non è quello delle masse omogenee, ma quelle delle diversità profonde all’interno di uno stesso contesto sociale e territoriale. E a vincere queste elezioni sono state le forze politiche che hanno saputo cementificare su pochi ma riconoscibili punti dei bisogni, per loro natura eterogenei e inconciliabili. Non può essere la flat tax, la più neoliberista delle idee economiche, a spingere un operaio a votare Lega; non può essere il reddito di cittadinanza a spiegare il voto pressoché indistinto a nord e a sud per i 5 stelle. E allora cosa tiene insieme un elettore leghista del Nord e del Sud se non la paura dell’immigrato? Cosa lega l’elettorato grillino se non il bisogno, peraltro giusto, di onestà nella cosa pubblica? Se è vero questo, ecco spiegato il crollo della sinistra. Il suo principale errore è stato quello di non aver capito che la globalizzazione non era affatto un gioco in cui tutti i partecipanti erano vincitori, nel non aver saputo leggere in anticipo che questo processo in corso non avrebbe livellato gli interessi, ma aumentato e radicalizzato i bisogni. Col senno di poi, la nascita del Partito Democratico è stato un errore politico, manifestazione di un’errata lettura del contesto economico e sociale che il centro sinistra con quel partito avrebbe dovuto rappresentare. Si è pensato che la globalizzazione avrebbe conciliato le esigenze dell’elettorato storico della DC e del Partito Comunista, che questo nuovo tempo avrebbe potuto sommare quelle due culture politiche, una somma che invece ha prodotto il silenzio dei valori per cui oggi il principale partito del centrosinistra non rappresenta più né l’elettorato moderato né quello più radicale, ma viene vissuto come la manifestazione dell’establishment. La sinistra socialdemocratica invece è apparsa fuori tempo, non ha saputo mettere in discussione sé stessa e alcuni suoi dogmi, si è mostrata con delle ricette elaborate, con proposte poco comprensibili. La riforma del sistema fiscale in senso progressivo, la riforma dell’università in senso universalistico con l’abolizione delle tasse nulla hanno potuto contro l’effetto shock di una flat tax e di un reddito di cittadinanza. Non è tuttavia una discussione di merito, perché c’è un’altra grande variabile dietro queste elezioni: oggi viviamo il tempo della velocità, della semplificazione, delle risposte semplici a domande complesse, la liquidità che Bauman aveva teorizzato, una bolla all’interno della quale ogni utente, ogni elettore, si nutre soltanto di conferme dei suoi stessi pensieri e delle sue opinioni. Nella misura in cui la politica non è la descrizione del problema, ma la sua risoluzione, alle forze dell’era post-ideologica dunque il compito di dimostrare come una notizia possa essere innanzitutto un programma.