Tra le altre cose, l’ultima crisi finanziaria ha reso i derivati un prodotto ad oggi sicuramente più familiare di quanto non lo sarebbe stato in dieci anni di crescita. I loro demeriti sono stati, ahinoi, più numerosi dei meriti viste come sono andate le cose. Tuttavia è errato pensare che siano strumenti meramente speculativi. In principio i derivati furono concepiti per la gestione del rischio, e quindi più per finalità di copertura (hedging) che di investimento. I primi derivati si diffusero nel Nord America durante gli anni ’70 per permettere a chi negoziava prodotti agroalimentari di proteggersi da improvvisi crolli dei prezzi causati da condizioni climatiche avverse. In quei casi venivano stipulati dei contratti nei quali la consegna del bene avveniva ad una data futura ma il prezzo era concordato oggi. Nascevano così i contratti forward (letteralmente “a termine”). Questo genere di contratti prevede che chi assume una posizione lunga si impegni a pagare alla consegna un corrispettivo pattuito al momento della stipula; chi assume una posizione corta si impegni a consegnare la merce al prezzo e alla data pattuiti alla stipula. Oggigiorno, più che sulle commodities, i forward sono ampiamente impiegati per coprirsi dal rischio di cambio. Per esempio, un soggetto che sa di dover ricevere ad una data futura un certo importo in valuta straniera è esposto al rischio di cambio poiché tra il momento della stipula e quello del pagamento la valuta straniera potrebbe deprezzarsi rispetto alla valuta interna riducendo così l’importo che ci si aspettava di incassare (dopo la conversione). In questo caso l’operatore, il giorno della stipula, può contemporaneamente entrare in un contratto forward nel quale si impegna a vendere l’importo in valuta estera che incasserà ad un tasso di cambio stabilito oggi. La sua esposizione nei confronti del rischio di cambio viene neutralizzata bloccando il tasso al quale egli convertirà l’importo in valuta estera in valuta interna. Tuttavia è anche vero che la valuta estera si sarebbe potuta apprezzare invece che deprezzare: in quel caso, vendendo il forward, l’operatore avrebbe rinunciato per intero al beneficio derivante dalla variazione favorevole del tasso di cambio. Pertanto, entrare in un forward non costa nulla ma si rinuncia all’eventuale vantaggio apportato da uno scenario economico amico. 

Un’altra tipologia di derivati che è utilizzata per fare hedging sono le opzioni. Chi acquista un contratto di opzione, acquista il diritto di comprare/vendere il sottostante (che può essere di qualsiasi genere: valute, azioni, indici…) ad un prezzo stabilito (strike price). Nel primo caso si parla di opzioni call (diritto ad acquistare), nel secondo di opzioni put (diritto a vendere). Si notino da subito due differenze fondamentali con i forward: in primo luogo si è parlato di “acquisto dell’opzione” e quindi quest’ultima ha un costo; in secondo luogo si è parlato di “diritto ad acquistare/vendere” non di obbligo. La differenza sostanziale tra forward/futures e opzioni (per fini di copertura) sta tutta qui. L’opzione rappresenta una sorta di assicurazione per l’asset. Si pensi ancora una volta all’eventualità di dover ricevere un importo in valuta estera. Per proteggersi dal rischio di cambio questa volta l’operatore sceglie di comprare un’opzione put. Se alla ricezione della valuta estera il tasso di cambio è più vantaggioso rispetto allo strike dell’opzione, il diritto incorporato nell’opzione non si esercita e si beneficia appieno della variazione favorevole. Nel caso in cui invece il tasso di cambio sia meno vantaggioso rispetto allo strike l’opzione viene esercitata. Comprando l’opzione dunque ci si assicura che il tasso al quale convertiremo la valuta estera in valuta interna non sarà mai inferiore allo strike. Cliccare qui per un elementare e semplificato esempio numerico.