Appuntamento settimanale con la rubrica “Geopolitics” di Riccardo Bertolini.

Uno dei maggiori problemi dell’Italia è che è ormai abituata a stare al mondo solo in termini economici e stazionari. Siamo convinti che essere la seconda manifattura d’Europa sia un dato immutabile e su cui fondare il mestiere di vivere. Questa credenza deriva dalla potenza della nostra ricostruzione, che dal secondo dopoguerra alla fine della guerra fredda ha creato alcuni dei più grandi miracoli dell’industria.
La forza industriale, grazie ai corpi intermedi e ai partiti politici, ha costruito Ia nostra coesione nazionale, e non ha conosciuto altro metodo di funzionamento. Poi con la fine della guerra fredda si è persa questa coesione, la politica si è spaccata, le aziende hanno preso la loro strada, e la preparazione dei corpi intermedi ha lasciato molto a desiderare, e con la fine degli aiuti Americani, la nostra economia non ha fatto altro che precipitare verso il baratro, da cui non riesce più a risalire.
E siccome dalla fine della guerra fredda la coesione è venuta a mancare del tutto, e probabilmente non potrà più esistere, bisogna esserne consapevoli, e puntare su altro, soprattutto perchè l’Italia avanza indifesa in un epoca dove la sicurezza rivendica con violenza il suo primato sull’economia, per via della guerra tecnologica tra Washington e Pechino.

Il concetto di sicurezza nazionale

Questo concetto assume un valore fondamentale in questa guerra, poiché comporta una torsione dell’economia verso la protezione. E questo è un processo rischioso ed incerto, soprattutto per paesi come il nostro, i cui tasselli economici e politici si muovono in ordine sparso.
E se non ci sarà una recessione tecnologica (al momento molto lontana), Cina e USA ripenseranno tutte le infrastrutture in una categoria onnicomprensiva di sicurezza.
E l’Italia non può fare altro che adeguarsi agli standard imposti dagli altri, e cercare di cogliere le strategie giuste da usare, e evitare di fare dei ruzzoloni geopolitici come quello appena avvenuta con la questione della firma del trattato.
In questo quadro ci siamo aggregati all’Europa illudendoci di diventare così un potenza, la potenza Europea, ma non potendo mai essere più in errore di così.

La “potenza europea”

L’Europa è tutto fuorché una potenza, al massimo è un mercato, ma di certo non può considerarsi una potenza.
A riprova di quanto detto c’è il fatto che nessun paese europeo è riuscito a sviluppare la tecnologia 5G, e che investimenti in questo campo non sono mai stati fatti, tant’è che tutti i paesi europei si appoggiano per la sperimentazione alle tanto citate Huawei e Zte, anche paesi come Germania e Inghilterra. E allora come possiamo definirci una potenza mondiale, se non siamo neanche stati in grado di investire nel progresso tecnologico mondiale? Non possiamo, perché non siamo una potenza, siamo solo un grande mercato, con attori più o meno sleali.
L’Europa è un aggregato di stati che hanno deciso di abbattere le proprie frontiere, niente di più, visto che non siamo stati in grado di creare realtà industriali comuni, avvicinando i mercati e creando le capacità per una penetrazione all’esterno. Tutto questo non è stato fatto, ma anzi i paesi europei hanno tirato su muri, pensando solo ai propri interessi e non in un ottica più grande (si guardi il caso Franco-italiano di Fincantieri).

Gli investimenti tecnologici

E l’Italia in questo contesto che cosa fa? 
Invece che aumentare gli investimenti tecnologici, li riduce, e vende gli asset destinati a questo, come ha fatto FCA con Magneti Marelli e ha intenzione di fare con il gigante della robotica Comau, dal valore stimato tra 1,5 e 2 miliardi di dollari, l’unico grande centro tecnologico italiano nel campo della robotica. Comau è infatti una grande azienda dal settore, ed è fondamentale nella filiera produttiva tecnologica, nonché un asset strategico per l’Italia. E cosa fa lo stato italiano per impedire queste vendite? Nulla, gira la testa dall’altra parte mentre le eccellenze italiane e piloni fondamentali della crescita di questi paese vengono vendute.
E quando questo avverrà, i discorsi sulla robotica in Italia finiranno in soffitta, poiché non ci sarà nessun grande gruppo in grado di investire nelle start up del settore, che non potranno fare altro se non fallire miseramente, o scappare frettolosamente da questo paese alla deriva.

Conclusioni dell’autore

In Italia vi è mancanza di visione d’insieme che sta portando il Paese allo sfascio, e che ha creato tutti i problemi che oggi abbiamo, poiché i grandi poli industriali italiani non possono ragionare così, soprattutto in un periodo di incertezze come questo, e a peggiorare le cose c’è Confindustria, che invece che creare un piano d’azione congiunto per salvaguardare l’industria italiana e farla crescere, non fa altro che aggravare questa situazione; l’Italia non investe più nelle tecnologie, e se abbiamo delle eccellenze in questo campo, le vendiamo subito per profitto. Ma come si fa ad andare avanti così? Come possiamo tornare a crescere in un quadro di questo tipo? La nostra classe dirigente sembra impreparata ad affrontare tutto questo, e se continuiamo così lo sarà anche la classe dirigente del futuro. Serve che ci siano delle scuole per manager, dove insegnino a non tenere conto solo dell’economia e della salute della propria azienda, ma a pensare in un’ottica più grande, un’ottica d’insieme, ad avere una visione Geopolitica chiara del mondo, e che possano operare come fecero Mattei, Vannoni e Mattioli, che avevano capito come girava il mondo, e che bisognava rilanciare il sud Italia, e che hanno portato l’Italia alla grandezza. Serve che i manager del futuro riescano a capire questo, e a rilanciare questa economia ormai in declino, e magari rilanciare anche una nazione che sembra non aver compreso l’epoca in cui si trova.

Riccardo Bertolini
[Le opinioni qui espresse non riflettono necessariamente la linea editoriale del SFC]