Perché lo Stato Italiano negli ultimi anni è risultato indebitato per cifre enormi con alcune banche internazionali? Quali sono gli accordi dietro questi esborsi?

Le risposte vanno cercate nei cosiddetti derivati (contratti finanziari utilizzati per finalità di copertura o di natura speculativa) che il Tesoro ha deciso di sottoscrivere con le suddette banche in misura massiccia ed eccessivamente rischiosa. A motivo di ciò, tra il 2011 e il 2015 le perdite dello Stato sono state di circa 23,5 miliardi di euro e si prevede che, secondo le attuali condizioni di mercato, questo costo resterà elevato anche nei prossimi anni. Ma perché, allora, questi contratti sono stati sottoscritti? L’inizio di questa vicenda risale al 2012 quando il governo Monti si indebitò con la banca americana Morgan Stanley con cui sottoscrisse un’opzione swaption (ovvero un tipo di contratto derivato spesso utilizzato quale strumento di copertura e per beneficiare di eventuali movimenti favorevoli dei tassi di interesse) che ha comportato un esborso di 3,1 miliardi di euro. Il motivo di perdite di importo così elevato sembra difficile da definire poiché è stato interesse dei vari governi mantenere un velo di riservatezza sulla vicenda tale per cui quello con la Morgan Stanley sembra essere una delle poche eccezioni di contratti derivati sottoscritti dal Tesoro di cui si abbiano notizie. L’ultimo scandalo risale proprio all’inizio di quest’anno poiché si è scoperta un’ulteriore esposizione nei confronti di Deutsche Bank che rischia di costare più di 3 miliardi.

Quello da capire è il perché il Governo abbia iniziato a sottoscrivere questa tipologia di contratti palesemente troppo rischiosa se destinata al settore pubblico, il che è confermato dal fatto che si tratta di una situazione che non trova riscontro in nessun altro paese europeo. I corrispettivi che le banche d’affari hanno versato inizialmente sotto forma di commissioni hanno invogliato non solo il Tesoro ma anche Regioni, città e comuni ad aprire contratti che si sono poi rivelati inefficaci. Gli esponenti del governo hanno sempre dichiarato che i derivati servivano per limitare i rischi legati a un aumento dei tassi d’interesse ufficiali poiché l’elevato debito pubblico italiano risentirebbe molto dell’eventuale rialzo dei tassi. L’Italia infatti ha pagato la scelta di essersi coperta dall’andamento dei tassi trasformandoli da variabili in fissi. Poiché i tassi variabili, in seguito alla politica monetaria della Bce, sono estremamente bassi, risulta che i tassi fissi sono più cari. Da qui il debito. La critica mossa al governo e il motivo per cui questo tipo di contratti è addirittura messo in discussione nella sua legittimità se sottoscritto per finalità pubblica, è che gli swap sono considerati non tanto contratti di tipo assicurativo quanto piuttosto una scommessa in cui non si ha un costo predeterminato ed entrambe le controparti si accollano il rischio di forti perdite.

Per quanto riguarda il contratto stipulato con la Deutsche Bank si tratta di uno swap e di sei contratti di ristrutturazione che modificano progressivamente le condizioni iniziali. Attualmente il Tesoro risulta legato contrattualmente fino al 2023 e soltanto il colosso tedesco possiede il diritto di opzione di variare durata e valore dei pagamenti. Chiaramente si tratta di condizioni che sono state messe sotto la lente critica degli esperti cercando di capire il motivo per cui i vari governi abbiano accettato contratti così sfavorevoli.

Analizzando l’evoluzione di queste perdite si può dedurre che trattandosi di contratti stipulati anni fa era impossibile prevedere l’evoluzione dei tassi al ribasso ed era razionale coprirsi in questo modo. Il problema tuttavia è che oltre a queste formule tradizionali per tutelarsi dal rialzo dei tassi, l’Italia ha sottoscritto anche delle opzioni più speculative che le si sono ritorte contro.

Da queste vicende possiamo quindi concludere che è stata portata avanti per anni una strategia inadeguata per la gestione di strumenti così complessi che non tenesse conto dei rischi e che sta sollevando molti interrogativi. Il tema dei derivati è ancora molto incerto e viene da chiedersi se sia effettivamente lecito esporre il bilancio pubblico a tali rischi. In questo caso fino a che punto possono essere considerati strumenti di copertura e non strumenti speculativi? E la copertura era ben congegnata? Le risposte sono difficili da dare a motivo della scarsa trasparenza sul tema ma quello che si può dire è che il Tesoro doveva prevedere una simile eventualità e capire che sarebbe stata necessaria una gestione più dinamica a fronte di strumenti finanziari complessi per la loro natura, ma tale gestione mal si concilia con quelle che sono le logiche dell’amministrazione dello Stato; infatti un’attività di trading sarebbe difficilmente giustificabile agli occhi del contribuente e questo chiaramente comporta molti interrogativi sulla legittimità dell’incidenza dei derivati sul bilancio pubblico.