Gli scatoloni di Lehman Brothers e le code agli sportelli della Northern Rock sono l’immagine plastica della più grave crisi finanziaria dopo quella del ’29. A 10 anni di distanza resta però ancora da capire se è in corso una fase di ripresa o se invece si sta alimentando un focolaio destinato prima o poi ad esplodere. In questi 10 anni il mondo è stato sostanzialmente governato dalle Banche Centrali attraverso una politica monetaria mirata a ridurre il debito e a rilanciare la crescita. A tale scopo i tassi di interesse hanno raggiunto i minimi storici e il sistema è stato inondato di liquidità con la speranza di favorire il rialzo dell’inflazione ed evitare crack finanziari. Tuttavia i risultati non hanno corrisposto alle aspettative. La ripresa è stata modesta al punto da resuscitare l’idea di una fase di “stagnazione secolare” in corso per i prossimi decenni e l’inflazione non si è mossa. Bassa crescita e bassa inflazione non hanno consentito né il risanamento dei conti pubblici né l’erosione del debito dei privati che, con il basso costo del denaro, hanno aumentato le loro esposizioni. Il sistema finanziario, tuttavia, ha potuto scongiurare altri crack poiché l’enorme massa di liquidità ha favorito il rialzo delle borse. Se questo è il quadro dell’economia reale, i mercati vivono uno stato di grazia, una fase di euforia caratterizzata da prezzi degli assets artificialmente gonfiati senza un solido riscontro nei fondamentali. In breve, invece di comprare a basso prezzo e rivendere al rialzo, oggi si compra ai livelli massimi e poi si incrociano le dita. Il sistema bancario probabilmente è più solido di quello del 2008, ma quello finanziario nel suo complesso non lo è affatto. Se si aggiungono, inoltre, i fattori geopolitici, le mancate riforme di risanamento fiscale e la fine delle politiche monetarie accomodanti allora lo scenario è servito. Probabilmente sarà difficile il riproporsi di un nuovo 2008 ma la situazione lascia intravedere in nuce tutte le condizioni per lo scoppio di una nuova bolla. Se così dovesse essere allora lo scenario sarà ancora peggiore: le politiche monetarie, che in questi anni non potevano che essere accomodanti, questa volta saranno impotenti e i privati saranno già ridotti all’osso dalle politiche di austerity. Siamo dunque sempre al ‘beauty contest’, l’immagine che Keynes offre per descrivere il mercato di borsa. Oggi come nel 2008 siamo tutti giudici di un concorso di bellezza dove però a vincere non è il più bello, ma chi viene ritenuto tale dalla maggior parte dei presenti. Si tratta di formulare aspettative sulle aspettative degli altri, la più grande delle scommesse. E allora se questo è il contesto, resta impregiudicata la domanda di fondo: è immaginabile un modello di crescita alternativo a quello con debito? L’interrogativo necessita di una approfondita riflessione sul concetto stesso di crisi che per chi scrive non indica altro che la fisiologia dello sviluppo capitalistico. Una riflessione compiuta e l’abbandono di certe retoriche dominanti che possano sollecitare una nuova narrazione storica di come sono andate le cose, soprattutto se si sostiene, come chi scrive, che una crisi è innanzitutto reale e poi, eventualmente, finanziaria.