“La storia non si snoda come una catena di anelli ininterrotta. In ogni caso molti anelli non tengono. La storia non contiene il prima e il dopo. […] La storia non si fa strada, si ostina, detesta il poco a poco, non procede né recede, si sposta di binario e la sua direzione non è nell’orario”.

Così scriveva Eugenio Montale all’inizio degli anni ’70 a proposito della storia.

Un’analisi del mondo dell’oggi e della società contemporanea non può prescindere da una riflessione sul senso della storia alla ricerca dell’anello che non tiene.  A ben vedere, la Grande Recessione avviatasi nel 2007 ha infatti messo in discussione l’ordine economico mondiale, mentre regna l’incertezza e lo sguardo al futuro è impregnato di sensazioni precarie. La crisi non ha solo messo a dura prova la tenuta di strutture politiche vigenti da tempo, ma ha intaccato il tessuto sociale acuendone i rapporti di forza fino alla messa in gioco delle solidarietà e la frammentazione delle identità.

La società liberal-democratica del XX secolo ha fondato il suo equilibrio socio-istituzionale su un compromesso tra democrazia e capitalismo. La produzione della ricchezza per anni è stata, infatti, un fatto sociale e la sua redistribuzione è avvenuta attraverso un conflitto sociale e un negoziato sociale che insieme hanno rappresentato il nocciolo della democrazia.  Il compromesso, capace di tenere insieme sviluppo del capitalismo, inclusione sociale e democrazia, ha assunto, specialmente nell’esperienza europea, il volto del Welfare State. Tutto questo ha avuto come condizione la politica e lo Stato nazionale. Tuttavia, il processo di globalizzazione, da un lato, e la gravissima crisi dei debiti sovrani che ha fatto seguito alla Grande Recessione, dall’altro, ci pongono di fronte ad una domanda imprescindibile: il welfare state è ancora sostenibile? Con meno di questo non è possibile rispondere nemmeno ad un’altra domanda di fondo: in che direzione va la democrazia?

Il fatto che la condicio sine qua non all’affermarsi dello Stato sociale e del modello di società che esso sottende sia stata la politica non è secondario. Quel modello di società infatti muove da un preciso assunto e cioè quello che il mercato, da solo, non riesce a conseguire obiettivi socialmente rilevanti quali la piena occupazione e l’uguaglianza di opportunità delle condizioni di partenza.

Oggi in Italia il dibattito politico ed economico, anche alla luce della non facile situazione post voto, vede protagonisti proprio questi temi. Provvedimenti di politica economica come il reddito di cittadinanza, la flat tax e l’abolizione della legge Fornero, al di là della loro natura più strettamente tecnica, riguardano proprio la capacità dello Stato di continuare a farsi garante di quei servizi minimi che costituiscono l’essenza dello Stato sociale. L’enorme debito pubblico italiano pesa come un macigno sulla ripresa economica e sulla reale possibilità di attuare tali provvedimenti. Ma c’è di più al di là delle valutazioni tecniche sulle singole proposte; il non detto è l’idea politica che sottende tali provvedimenti, tra di loro antitetici e pertanto di dubbia realizzazione. L’introduzione di un reddito di cittadinanza, almeno teoricamente, è quanto di più vicino all’idea di welfare state: la sua ratio è spiegata da una precisa concezione dell’economia che è la stessa che, sulla scia della rivoluzione keynesiana, nel dopo guerra diede il là a quelle che furono battezzate politiche della domanda, l’idea cioè che una situazione di stagnazione potesse essere superata solo attraverso un aumento della domanda aggregata tale da rimettere in moto la produzione. La premessa è, quindi, innanzitutto che la soluzione al problema del debito certamente non consiste in nuovi tagli della spesa e dei servizi pubblici. Una visione del genere dovrebbe prevedere una riforma del fisco, ma in senso progressivo che è esattamente l’opposto di quanto previsto da una tassa piatta con un’unica aliquota fiscale indipendente dal livello di reddito.

Il nodo da sciogliere è proprio quello di riuscire a conciliare la domanda di maggiore protezione sociale espressa nel voto dei cittadini con l’obbligo di onorare il debito pubblico. L’evidenza mostra che gran parte di esso dipende non già da un disavanzo primario quanto dalla spesa per interessi sul debito passato, alimentando un circolo vizioso che vede un debito costantemente in crescita nonostante l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione e l’adozione delle politiche di austerity.

Il debito italiano infatti è elevato non tanto per il suo valore assoluto quanto perché rappresenta il 132% del PIL.  La realtà è che l’Italia produce ogni anno più debito che reddito. Infatti la crescita reale del PIL italiano è attualmente dell’1,5%, l’aumento dell’inflazione è pari a circa 0,8%, quindi una crescita nominale del 2,3%, mentre il servizio del debito è pari a circa il 4% del PIL (60-70 miliardi all’anno). La spirale del debito pubblico affonda la nostra economia. E può affondare anche la democrazia nella misura in cui questione sociale e questione democratica vivono insieme. Il confronto tra i partiti rischia di diventare puro ornamento decorativo se l’economia non cresce e se restiamo schiavi del debito, cioè della speculazione.

Fino al 2008 lo spread dei titoli italiani non aveva mai superato i 30-40 punti base, nel 2011 con la crisi del Governo Berlusconi toccò i 574 punti base e nel luglio 2012, nonostante le riforme del Governo Monti, non era sceso al di sotto di quota 500. Fu il “whatever it takes” di Draghi a porre fine alla speculazione. Parallelamente, il rapporto debito/PIL è passato dal 119% di quando Monti si insediò a Palazzo Chigi, al 126,5% del 2013 e questo semplicemente perché le manovre di austerity nel frattempo avevano abbattuto il PIL. Nel 2017 tale rapporto è stato del 131,8% con uno spread sensibilmente sotto quota 200, a dimostrazione che lo spread, che di tanto in tanto ritorna in voga, non ha tanto a che fare, almeno a parere di chi scrive, con il debito tanto quanto con la credibilità della politica.

Allora, per dirla con Montale, è probabilmente la politica “l’anello che non tiene”. Una politica che oggi sconta gli errori del passato, ma che nemmeno è capace di reinventarsi su basi solide e credibili. Flat tax e reddito di cittadinanza insieme non possono vivere e la questione è tutta politica cioè di visione della società e di priorità per i problemi dell’oggi. Se non si recupera una visione d’insieme e non la si dota di robuste fondamenta tecniche e istituzionali, il welfare state così come lo abbiamo conosciuto nel secolo scorso sarà difficilmente sostenibile.

La questione posta in questi termini forse non permette tuttavia di cogliere quello che è l’interrogativo di fondo: in che tipo di società vogliamo vivere? Perché esiste l’economia, ma prima di tutto esiste l’uomo, esiste la persona ed esistono i bisogni che il mercato non contempla mentre le disuguaglianze producono quelle vite di scarto che Bauman ebbe a definire “relazioni liquide”.

Al posto degli uomini abbiamo sostituito numeri e alla compassione nei confronti delle sofferenze umane abbiamo sostituito l’assillo dei riequilibri contabili”. Così scriveva Federico Caffè in quello che si può considerare il suo testamento di economista, un articolo apparso nel 1986 su Micromega con il titolo di “Umanesimo del welfare”.

La sfida per l’economia e la politica sta tutta qui: nel mettere in discussione lo status quo, nel riscoprire i valori di una rinnovata solidarietà sociale, nel capire che talvolta le “aspettative crescenti” non riguardano i consumi, ma il “male del vivere”.

“La prudenza ha un solo occhio, il senno di poi ne ha tanti”, diceva Goethe. Solo dopo aver preso coscienza del danno che le cose producono per quel che sono si trova, forse, il coraggio di cambiarle.